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Cibo gratis, sostenibile, gustoso e salutare: quattro ottime ragioni per imparare ad utilizzare regolarmente le erbe selvatiche in cucina

A cura di:
Dr. Stefano Vendrame
Nutrizionista, Fulbright Alumnus, Ph.D. Scienze della Nutrizione

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Le erbe spontanee hanno da sempre fatto parte dell’alimentazione dell’uomo: esse si portano dietro uno straordinario patrimonio di conoscenze, utilizzi, tradizioni, modi di preparazioni, ricette, acquisito nel corso secoli e tramandato di generazione in generazione, che purtroppo oggi sta andando progressivamente perduto. Dal secondo dopoguerra in poi, infatti, il loro utilizzo è stato abbandonato perlopiù ovunque a causa del dominio dell’agricoltura industriale e della distribuzione commerciale. Riscoprirne il consumo significa dunque preservare conoscenza, tutelando la nostra cultura e la nostra tradizione, e al contempo promuovere una cultura gastronomica locale, basata su ingredienti del posto nonché sulla riscoperta di usi e tradizioni locali.

E ci offre al contempo indubbi vantaggi nutrizionali: concentrandosi su altre caratteristiche, infatti, la selezione delle piante operata in agricoltura è andata a scapito della densità nutrizionale. Le piante selvatiche invece sono più concentrate soprattutto in termini di minerali, vitamine e fitocomposti protettivi quali polifenoli e carotenoidi.

Si tratta inoltre di cibo locale, in stagione e freschissimo, che possiamo raccogliere direttamente da noi e consumare senza che passino lunghi tempi tra la raccolta e il consumo, come accade invece per molti dei prodotti nei circuiti della grande distribuzione che devono subire lunghi tempi per il trasporto, lo stoccaggio e sugli scaffali. Le erbe selvatiche passano letteralmente dal campo alla tavola, senza che alcuna catena si frapponga tra la raccolta e il consumo: il meglio che si possa desiderare dal punto di vista della preservazione delle caratteristiche nutrizionali.

Ma il consumo regolare di erbe selvatiche offre anche una lunga serie di ulteriori vantaggi, a cominciare dalla sostenibilità: le piante selvatiche crescono per conto loro, senza agricoltura, si nutrono di quello che trovano nel terreno, bevono l’acqua della pioggia, assorbono l’energia del sole. Non richiedono altre risorse, né lavoro, né fitofarmaci. E sono talmente diffuse che la nostra raccolta non ne minaccia di certo la diffusione.

E quindi è cibo “gratis” non solo dal punto di vista monetario, ma anche di quello del consumo di risorse. Anzi in molti casi è addirittura a bilancio positivo, perché mangiare quelle erbe selvatiche significa sfruttare biomassa alimentare che altrimenti andrebbe inutilizzata.
Oltretutto le raccogliamo localmente, senza particolari esigenze di trasporto, stoccaggio, confezionamento, e distribuzione: non servono macchinari, camion per il trasporto, o buste di plastica per l’imballaggio.

Le erbe selvatiche rappresentano poi un prezioso serbatoio di varietà per la nostra dieta, e di biodiversità per la produzione alimentare.
Ci consentono anche di rieducare il nostro palato, ormai appiattito su una pericolosa uniformità, ad un ventaglio di sapori più ampio, offrendoci infiniti spunti per sperimentare con sapori diversi e spesso molto particolari, che oltre a nascondere pregi nutrizionali consentono prodezze gastronomiche se sapientemente abbinati.

Ci offrono lo spunto per promuovere attività fisica e socialità, fare una gita fuori porta, stare all’aria aperta, fare delle belle passeggiate in mezzo alla natura, e passare tempo insieme a famiglia o amici durante il foraging.

Il loro consumo rappresenta anche una sorta di resistenza culturale contro il dominio incontrastato della trasformazione industriale degli alimenti e della grande distribuzione, che ci vorrebbero tenere completamente staccati dalle origini del nostro cibo, in balia dei loro scaffali come unica possibile fonte di approvigionamento alimentare, e farci nutrire di preferenza di alimenti pesantemente trasformati, addittivati e conservati.

Attraverso il foraging invece possiamo riavvicinarci alla provenienza del cibo, alla conoscenza più intima di quello che abbiamo sul nostro piatto: da dove arriva, dove nasce, quando è in stagione. Procacciare il nostro cibo fa parte della nostra natura di esseri umani, è inscritto nel profondo del nostro DNA, e per questo genera una soddisfazione che non ha pari rispetto al cibo comprato al supermercato.

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Le erbe spontanee hanno da sempre fatto parte dell’alimentazione dell’uomo: esse si portano dietro uno straordinario patrimonio di conoscenze, utilizzi, tradizioni, modi di preparazioni, ricette, acquisito nel corso secoli e tramandato di generazione in generazione, che purtroppo oggi sta andando progressivamente perduto. Dal secondo dopoguerra in poi, infatti, il loro utilizzo è stato abbandonato perlopiù ovunque a causa del dominio dell’agricoltura industriale e della distribuzione commerciale. Riscoprirne il consumo significa dunque preservare conoscenza, tutelando la nostra cultura e la nostra tradizione, e al contempo promuovere una cultura gastronomica locale, basata su ingredienti del posto nonché sulla riscoperta di usi e tradizioni locali.

E ci offre al contempo indubbi vantaggi nutrizionali: concentrandosi su altre caratteristiche, infatti, la selezione delle piante operata in agricoltura è andata a scapito della densità nutrizionale. Le piante selvatiche invece sono più concentrate soprattutto in termini di minerali, vitamine e fitocomposti protettivi quali polifenoli e carotenoidi.

Si tratta inoltre di cibo locale, in stagione e freschissimo, che possiamo raccogliere direttamente da noi e consumare senza che passino lunghi tempi tra la raccolta e il consumo, come accade invece per molti dei prodotti nei circuiti della grande distribuzione che devono subire lunghi tempi per il trasporto, lo stoccaggio e sugli scaffali. Le erbe selvatiche passano letteralmente dal campo alla tavola, senza che alcuna catena si frapponga tra la raccolta e il consumo: il meglio che si possa desiderare dal punto di vista della preservazione delle caratteristiche nutrizionali.

Ma il consumo regolare di erbe selvatiche offre anche una lunga serie di ulteriori vantaggi, a cominciare dalla sostenibilità: le piante selvatiche crescono per conto loro, senza agricoltura, si nutrono di quello che trovano nel terreno, bevono l’acqua della pioggia, assorbono l’energia del sole. Non richiedono altre risorse, né lavoro, né fitofarmaci. E sono talmente diffuse che la nostra raccolta non ne minaccia di certo la diffusione.

E quindi è cibo “gratis” non solo dal punto di vista monetario, ma anche di quello del consumo di risorse. Anzi in molti casi è addirittura a bilancio positivo, perché mangiare quelle erbe selvatiche significa sfruttare biomassa alimentare che altrimenti andrebbe inutilizzata.
Oltretutto le raccogliamo localmente, senza particolari esigenze di trasporto, stoccaggio, confezionamento, e distribuzione: non servono macchinari, camion per il trasporto, o buste di plastica per l’imballaggio.

Le erbe selvatiche rappresentano poi un prezioso serbatoio di varietà per la nostra dieta, e di biodiversità per la produzione alimentare.
Ci consentono anche di rieducare il nostro palato, ormai appiattito su una pericolosa uniformità, ad un ventaglio di sapori più ampio, offrendoci infiniti spunti per sperimentare con sapori diversi e spesso molto particolari, che oltre a nascondere pregi nutrizionali consentono prodezze gastronomiche se sapientemente abbinati.

Ci offrono lo spunto per promuovere attività fisica e socialità, fare una gita fuori porta, stare all’aria aperta, fare delle belle passeggiate in mezzo alla natura, e passare tempo insieme a famiglia o amici durante il foraging.

Il loro consumo rappresenta anche una sorta di resistenza culturale contro il dominio incontrastato della trasformazione industriale degli alimenti e della grande distribuzione, che ci vorrebbero tenere completamente staccati dalle origini del nostro cibo, in balia dei loro scaffali come unica possibile fonte di approvigionamento alimentare, e farci nutrire di preferenza di alimenti pesantemente trasformati, addittivati e conservati.

Attraverso il foraging invece possiamo riavvicinarci alla provenienza del cibo, alla conoscenza più intima di quello che abbiamo sul nostro piatto: da dove arriva, dove nasce, quando è in stagione. Procacciare il nostro cibo fa parte della nostra natura di esseri umani, è inscritto nel profondo del nostro DNA, e per questo genera una soddisfazione che non ha pari rispetto al cibo comprato al supermercato.
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